Il potere terapeutico della noia  

La noia nell’epoca dell’apparenza

Nel nostro sistema sociale ormai sembra contare solo l’apparenza sul web.

Ci piace postare ovunque la nostra immagine, sempre impegnati in lavori “smart” o in viaggi mozzafiato, splendenti di bellezza e fondotinta.

In questo contesto di finta felicità, la noia torna alla ribalta, vince persino il Festival di Sanremo, e ci costringe a guardarci dentro, a scavare dentro di noi, a riconnetterci al cambiamento; altrimenti affonderemmo nella stagnazione.

Ci sono filosofi che hanno fatto della noia il loro manifesto: da Baudelaire con lo Spleen, a Jean Paul Sartre con la Nausea.

La noia in psicologia

Per noi psicologi, la noia è un vissuto emotivo importantissimo: un indicatore che rileva quanto siamo capaci di stare con noi stessi e di conoscere le nostre ombre. Quanto siamo pronti a confrontarci con la solitudine e con il vuoto che essa rappresenta.

Va ricordato che la depressione, oltre a essere classificata come malattia, è un passaggio (come sosteneva Jung) a volte obbligato dell’esistenza di ognuno di noi. Un passaggio naturale, che riguarda persino gli animali: uno stato trasformativo, un ciclo nella biologia del nostro sistema che ci permette di rinnovarci, come accade con le stagioni.

Carl Jung e la Nekyia

Il vuoto depressivo della noia può quindi aprire le porte alla rivoluzione interiore: dagli inferi possiamo emergere a nuova vita. Carl Jung chiamava Nekia il viaggio che l’anima compie negli inferi per rinnovarsi, come accade a ogni essere vivente: gli alberi, i bruchi, i serpenti. Probabilmente un’immagine che richiama proprio Dante Alighieri, la cui opera racconta di smarrimento e perdita: di sé stessi, della persona amata, del proprio luogo.

Del resto la discesa agli inferi è un tema che attraversa tutte le civiltà, come rappresentazione della morte iniziatica, dalla quale si risale trasformati e “immortali”.

Queste sono solo metafore, ma descrivono con efficacia la semplicità di quello che ci accade dentro di noi.

La noia nell’infanzia e lo sviluppo della creatività

Probabilmente ciascuno di noi ricorda qualche episodio della propria infanzia in cui si annoiava.
Da bambini, arrivava sempre un momento in cui ci si stufava di giocare con i giocattoli, oppure non eravamo così fortunati da averne, e magari, era proprio quel “niente” ad attivare il processo creativo.

Era, in un certo senso, un momento sacro: toccavamo il vuoto pungente, e da lì si cadeva nello smarrimento della noia. Poi lentamente avveniva uno switch: si apriva la fantasia e cominciavamo a immaginare. Un telo diventava una capanna indiana, una scatola di carta si trasformava in una macchina o in un aeroplano.

Attraversare il vuoto per guarire

Molti artisti hanno trasformato la propria noia in uno slancio creativo, una “catapulta” verso la piena realizzazione di sé. Non a caso, lo scrittore Gustave Flaubert, parlando del suo personaggio colmo di noia e vuoto esistenziale, affermava: “Madame Bovary? C’est moi!” (“Madame Bovary? Sono io!”).

Ed è proprio così! Siamo noi a lavorare con l’immaginazione, partendo dal vuoto del reale, a far sgorgare la creatività. Per questo in psicoterapia si dice che le parole creano la realtà, delineando lo spazio di azione, di cambiamento, attingendo energia da dentro di noi. Se troviamo il coraggio di entrare nel mondo degli inferi, possiamo attraversare l’Acheronte, il fiume del dolore, e guarire.

La depressione e il vuoto sono una forma di morte iniziatica che conduce alla propria realizzazione. Dovremmo accogliere e sacralizzare questo momento interiore e cominciare ad affrontarlo con tutti gli strumenti utili per l’anima e per il corpo. Non bisogna soffocare e anestetizzare questa esperienza, ma comprenderla a fondo, anche con l’aiuto del nostro medico e dal nostro terapeuta.


di Ilaria Bruschi

Ipnosi, EMDR e mindfulness: tre tecniche di psicoterapia a confronto

Quando si parla di psicoterapia non dobbiamo pensare solo a un semplice dialogo tra paziente e terapeuta.

In un percorso psicoterapico, possono essere integrati diversi strumenti e tecniche per favorire una guarigione più rapida e profonda.

Non solo terapia verbale. La psicoterapia comprende anche tecniche il cui denominatore comune è il lavoro sulla consapevolezza emotiva. Ipnosi, EMDR e mindfulness permettono al paziente di scavare nel profondo e di ottenere risultati che, sommati a quelli dati dalla terapia parlata, possono portare al superamento dei traumi e al raggiungimento di uno stato di benessere. scopriamo insieme come funzionano e quali sono le differenze tra queste tre tecniche.

Ipnosi, immersione nel subconscio

Il fenomeno ipnotico è sempre esistito anche se con accezioni e utilizzi differenti. Fin dall’antichità, gli uomini conoscevano delle tecniche che permettevano loro di modificare lo stato di coscienza allo scopo di sentirsi meglio. Questi stati ipnotici potevano verificarsi durante l’ascolto di musica, i balli o la recitazione di preghiere collettive.

Occorre, quindi, precisare che l’ipnosi non è un’invenzione recente, ma un fenomeno naturale della mente. A riprova di ciò, ogni 90 minuti, anche senza accorgercene, entriamo naturalmente in uno stato “ipnotico” che, secondo gli studiosi, potrebbe avere un ruolo sia nel coordinamento della complessa attività cerebrale sia nella gestione dei diversi stati di coscienza.

Che cos’è l’ipnosi

L’ipnosi è uno stato della mente in cui l’essere umano passa ad un diverso stato di coscienza e la percezione della realtà esterna passa in secondo piano. Il paziente sperimenta una percezione diversa e più profonda della propria  realtà, iniziando al contempo un viaggio interiore alla scoperta di un’altra parte di sè profonda intuitiva e rigenerativa, vicina al subconscio.

A questo punto dell’esperienza ipnotica, il terapeuta può guidare il paziente verso le proprio risorse o forze dell’Io, oppure verso ricordi del passato. Questo dipende da ciò che è stato sancito precedentemente nel “patto ipnotico”: l’alleanza fra terapeuta e paziente circa gli  obiettivi dell’esperienza.

Ipnosi: falsi miti

Il paziente in stato ipnotico non perde la facoltà critica: non può essere costretto a pensare o fare cose fuori dalla sua volontà.

Contrariamente a quanto possiamo credere, l’ipnosi non è sinonimo di sonno e nemmeno uno stato dal quale è impossibile svegliarsi. La persona, indotta a ipnosi da uno psicoterapeuta, tornerà spontaneamente nella dimensione reale, quando lo riterrà opportuno perché non perde la consapevolezza di sé. Proprio per questo può capitare che che il paziente possa mentire anche in ipnosi.

I benefici dell’ipnosi in psicoterapia

All’interno di un percorso di psicoterapia, l’ipnosi, ci aiuta a entrare in contatto con le nostre risorse interne, favorisce un aumento della nostra autostima, della consapevolezza del nostro corpo e della percezione della nostra forza interiore, di cui non siamo sempre consapevoli.

Raggiungere uno stato ipnotico può essere utile anche per superare gli ostacoli della vita contemporanea e per sviluppare il pensiero creativo. Infine, ci permette di lavorare sui blocchi emotivi e sulla percezione degli stati del dolore anche di avvenimenti passati o presenti.

EMDR, elaborazione del trauma

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio terapeutico utilizzato sia per il trattamento dei traumi, sia per le problematiche legate allo stress. La tecnica si basa su alcuni movimenti oculari che, secondo le ricerche, permettono di farci recuperare i ricordi nella loro vividezza e, al contempo, le emozioni ad essi collegate. Questo fa sì che si attivino i processi di elaborazione di tali ricordi.

Molto spesso le emozioni che ci sembra di non poter controllare, come la paura e l’impotenza, in realtà sono associate a esperienze passate. 

Tramite l’EMDR è possibile riorganizzare il legame tra emozione ed esperienza dell’evento traumatico, riducendo il carico emotivo legato al ricordo. La persona impara così a gestire ciò che prima la faceva sentire impotente perché non percepisce più la minaccia dell’evento, sia nel proprio passato che nel momento presente. Ciò avviene perché questa tecnica “sblocca” il sistema nervoso e consente al cervello di ridimensionare i ricordi e di ricollocarli in una dimensione diversa secondo le nuove teorie della neuroplasticità (la naturale capacità del nostro cervello di riorganizzare nessi associativi e rigenerare nuovi percorsi neurali). 

Il cervello riorganizza così l’evento traumtico che alla memoria del soggetto appare “indebolito” e “depotenziato” interrompendo il  ciclo ripetitivo del pensiero ruminante che tormenta la persona.

L’EMDR per lo stress

Lo stress intenso non è collegato sempre a traumi ma anche a eventi di vita che hanno minacciato il sé della persona e la sua integrità. Ne sono un esempio i divorzi, gli abbandoni, i tradimenti, i lutti e i fallimenti, che possono risiedere in noi per lungo tempo e determinare il nostro adattamento e le nostre reazioni alle situazioni future.

Nei periodi molto stressanti anche il nostro cervello risente del sovraccarico emotivo, condizione psicologica caratterizzata da un groviglio di sensazioni, pensieri ed emozioni disfunzionali. Questi appesantiscono la mente e vanno ad incidere sul funzionamento della nostra corteccia fronte-temporale, area particolarmente oppressa dall’eccesso di attività.

L’EMDR interviene sulle cause del malessere aiuta a interrompere questo ruminio continuo perché va a lavorare su diversi piani; sensoriale, cognitivo, emotivo e fisico-corporeo. Soprattutto, aiuta ad abbassare l’attivazione della parte fronto-temporale del cervello, l’area deputata al pensiero attivo critico.

Mindfulness clinica e consapevolezza di sé

La mindfulness è una pratica di consapevolezza che consiste nel focalizzarsi esclusivamente sul momento presente. A differenza della meditazione, da cui la mindfulness nasce e prende spunto, ha un approccio completamente occidentale. Proprio per questo è diffusa in campo clinico, dove rappresenta una valida risposta terapeutica alla percezione della  sofferenza esistenziale e stati ossessivi e ansiosi.

Molti psicoterapeuti concordano sul fatto che uno stato della mente più consapevole offra al paziente importanti opportunità nel riconoscimento delle emozioni e dei sentimenti provati e nello sviluppo di una maggiore attenzione a se stesso. 

Il paziente riceve dal terapeuta strumenti concreti per proseguire in autonomia il lavoro su di sé anche al di fuori del percorso terapeutico

La mindfulness in psicoterapia

Lo psicoterapeuta che promuove lo sviluppo della mindfulness coinvolge tre abilità nel paziente:

  • l’attenzione focalizzata,
  • il monitoraggio aperto e
  • l’accettazione compassionevole.

Lo scopo della mindfulness è aiutare la persona e trovare un equilibrio tra questi tre aspetti, per vivere pienamente l’esperienza ordinaria.

Attraverso questo training, la persona diventa più lucida e capace di gestire in maniera più consapevole e positiva la propria vita quotidiana. Integrando anche le sofferenze, si allontana dall’autocritica e impara ad accettare che la sofferenza emotiva è parte della vita, senza però assumere un atteggiamento remissivo e depressivo.

Praticare mindfulness è efficace soprattutto quando ci sentiamo particolarmente distratti o persi in flussi di pensiero, perché questa tecnica ci insegna a trattare con gentilezza la nostra mente, osservando gli aspetti positivi e negativi in modo equidistante e senza giudizio, disinnescando i pensieri sabotanti.

Il paziente che riesce a riorganizzare il proprio stato emotivo senza subirlo, otterrà risultati più proficui nel suo percorso terapeutico.

Ipnosi, EMDR e mindfulness, cos’hanno in comune?

Ipnosi, EMDR e mindfulness sono utili quando il paziente si sente sopraffatto dalle proprie emozioni. Può accadere, infatti, che alcune persone abbiano combattuto la depressione, ansia, o elaborato abusi fisici, senza aver trovato un sollievo concreto nonostante vari percorsi psicoterapici. Queste tecniche rappresentano un valido supporto ad un percorso di psicoterapia integrato che poi porterà alla completa guarigione.

Questi tre approcci possono essere utilizzati durante lo stesso percorso di psicoterapia, ma in fasi diverse. Essi portano a risultati differenti, ma ugualmente importanti e tangibili. Spesso, infatti, i pazienti riscontrano un sollievo più immediato di quello apportato dalla terapia verbale, che comunque deve essere integrata.

È importante ricordare che queste tecniche sono totale patrimonio degli approcci di psicoterapia e non di altre figure professionali che non hanno né le competenze né le basi teoriche della psiche per gestire in un percorso di aiuto psicologico.


di Ilaria Bruschi

L’eterno stigma sociale: l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e il dolore negato

Porre fine a una gravidanza è una decisione che può dar luogo a sentimenti tipici di un lutto o di una perdita. In questo articolo analizziamo le ricadute psicologiche dell’interruzione volontaria di gravidanza, al di là dei giudizi sociali che spesso la circondano.

La scelta di sottoporsi a un’interruzione volontaria di gravidanza non deve essere sinonimo di imprudenza o irresponsabilità. I pregiudizi che l’aborto si porta con sé rischiano di mettere in secondo piano le emozioni provate dalla donna, spesso paragonabili a quelle tipiche di un lutto.

Aborto tra conflitto interiore e stigma sociale

L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), pur essendo espressione di una libera scelta, non è sinonimo di leggerezza o superficialità. Molto spesso chi decide di ricorrervi, lo fa dopo una lunga analisi, un’attenta valutazione di ogni alternativa e un conflitto interiore aggravato dallo stigma sociale che la decisione di abortire porta ancora con sé.

La maggior parte delle donne che scelgono di porre fine a una gravidanza è quindi pienamente consapevole dell’importanza del gesto che sta per compiere, e si avvicina a questo momento con timore e preoccupazione.

Il carico emotivo che grava su chi sceglie di sottoporsi a un’IVG è particolarmente evidente soprattutto dopo l’intervento chirurgico. Secondo la ricerca in psicologia clinica, il dolore provato è sovrapponibile a quello derivante da un lutto o da una perdita, anche quando si tratta di un aborto indotto.

L’interruzione volontaria di gravidanza come lutto

Azioni legate all’esperienza del lutto, come piangere e soffrire, sono spesso negate alle persone che scelgono di abortire. Raramente si dà loro spazio di esprimere queste emozioni, né si cerca di comprenderle fino in fondo. Questo accade probabilmente perché, da una parte si sottovalutano gli effetti di un aborto sulla psiche, dall’altra lo si ricollega esclusivamente a una libera decisione scevra da conseguenze dolorose.

L’esperienza, invece, può lasciare nella donna una ferita profonda che fatica a rimarginarsi anche dopo molto tempo.

Sintomi psichici e psicosomatici legati all’IVG

Le emozioni originate da un aborto indotto, tra cui il grande senso di colpa, possono essere segno di una sindrome che rientra nei disturbi post-traumatici da stress. Questi hanno tra le possibili conseguenze: ansia, depressione, disturbi della sfera affettiva e della relazione sessuale.

Non è infrequente anche la possibilità di rivivere l’evento tramite flashback e pensieri intrusivi, proprio a causa degli sforzi che la donna può aver compiuto per cercare di cancellare i ricordi più dolorosi.

L’aborto come esperienza intima

L’aborto è un’esperienza vissuta perlopiù intimamente. Tra le ragioni di questo silenzio, la scarsa opportunità di condividere il vissuto con altre persone per il timore di incontrare giudizi frettolosi e paternalistici.

Molte donne che hanno affrontato l’IVG raramente ne parlano, perché si tratta di un evento attorno a cui ruotano molti pregiudizi sociali, soprattutto se si tratta di un aborto chirurgico, socialmente meno sdoganato di quello farmacologico. Il risultato è che, il più delle volte, si crea una sorta di vuoto comunicativo, che porta le donne a relegare quanto accaduto nell’inconscio. In questo modo, il lutto non viene espresso pienamente e sarà elaborato con maggiore difficoltà.

Il dilemma vita-morte

Quando parliamo di lutto, dobbiamo ricordare che l’IVG nasconde un’antica dicotomia che attraversa la storia della donna nei secoli: la scelta tra la vita e la morte. Questo è uno dei più grandi assi dimensionali con cui si confronta la psiche umana.

La morte legata a un aborto è definita “senza lutto” perché, generalmente, si parla di morte solo se preceduta da una nascita e da uno sviluppo. Nel caso di un’IVG, le due polarità dell’essere umano si fondono nello stesso evento.

L’aborto in psicoterapia: il ruolo dell’EMDR

Per quanto detto finora, il lutto derivato da un’interruzione volontaria di gravidanza può essere molto complicato da risolvere in psicoterapia.

È importante che lo psicologo si prenda cura della paziente e la accompagni nell’elaborazione dell’esperienza vissuta. Può essere un valido supporto può essere offerto dall’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), tecnica che aiuta tantissimo nel superamento delle sensazioni di impotenza e vulnerabilità scaturite da un’esperienza traumatica.


di Ilaria Bruschi

Truffacuori? No…grazie! – Il disturbo narcisistico

Il truffacuori, potrebbe sembrare una persona normale ma potrebbe anche essere una persona affetta da disturbo narcisistico. Il truffacuori è molto vicino alla normalità, più di quanto pensiamo e si colloca proprio nel confine tra normalità e patologia.

L’apparente normalità del truffacuori

Benvenuti nel contraddittorio mondo del disturbo narcisistico, in cui non è sempre possibile riferire i comportamenti che seguono alla sfera della patologia e che si presentano trasversali all’ordine di genere. Quindi li chiameremo “truffacuori”: coloro che esercitano potere, manipolando una relazione ma che contemporaneamente truffano, se stessi e l’altro.

Per aiutarci a comprendere meglio chi sono e come si comportano i truffacuori, useremo la storia tra Camille e Auguste: nomi di fantasia, ma personaggi reali.

Chi è un partner narcisista?

Un partner che abusa, non è detto che lo faccia tutto il tempo. Qualche volta potrebbe dare l’impressione che tratti il proprio partner meglio di chiunque altro; questo confonde Camille, nel momento in cui il truffacuori, invece, si manifesta come abusante.

Ciò che rende un truffacuori così  potente  è l’uso della  ciclicità non consapevole.

Questa continua alternanza messa in atto dal truffacuori, contraddittoria e polarizzata, genera un meccanismo magnetico, a cui spesso si fa riferimento come “addiction” o “addicted” per  riferirsi alle persone che  sono affette da tale dipendenza. Da qui deriva il parallelismo con le “relazioni tossiche”.

Fase 1: up and down ovvero la tolleranza

È necessario soffermarsi sul concetto di ciclicità, che porta inizialmente all’alternarsi di “up and down”. Questa prima fase della storia, in genere, è ancora inconscia e viene spesso tollerata da Camille.

Ed è proprio il termine tolleranza, il più adatto. Infatti è un concetto molto importante in tutte le forme di relazioni: sentimentali, amicali o professionali.

Per finestra di tolleranza si intende la capacità di stabilire confini, regole e negoziazioni, in termini assertivi e non impositivi o remissivi o aggressivi.

Le persone che sono in relazioni tossiche, non hanno costruito, nella loro storia e  nel loro mondo interno, una buona finestra di tolleranza.

Per questo non hanno ancora gli strumenti per attivare o disattivare confini. Inoltre non sono in grado di cogliere e reagire adeguatamente agli stimoli relazionali che li circondano.

Fase 2: gaslighting

Una volta che viene meno la tolleranza ha inizio il secondo stadio. Questo stadio prevede meccanismi di gaslighting e svalutazione, messi in atto da Auguste, che minano profondamente l’autostima di Camille.

In questa fase il truffacuori, già idealizzato e posto sul piedistallo, detta le regole del gioco.

Questa parte di gaslighting e svalutazione ha effetti devastanti perché blocca la  parte intuitiva di Camille, disattivando possibili risposte neurovegetative di sopravvivenza: reazioni di attacco, fuga o congelamento da cui poi, possono emergere i pensieri e i comportamenti necessari per affrontare la situazione.

Questo senso di disorientamento genera dubbi e sconforto emotivo per cui Camille perde, in un sol colpo,ogni certezza, autostima e risposte protettive. Così  Camille attua comportamenti contraddittori (“vado e ritorno, chiudo la relazione ma poi ti richiamo”).

Fase 3: il discarding

Nella terza fase, quella di discarding, Auguste dopo aver prosciugato le energie mentali ed emotive di Camille, inizia a distaccarsi perché non riceve più le attenzioni da lui volute.

Il truffacuori inizia a punire l’altro con silenzi, disprezzo, maltrattamenti fino a mettere Camille da parte. La vittima in questo momento sente di poter essere facilmente sostituita.

La sensazione di essere facilmente rimpiazzati può gettare nel panico completo. Produce in Camille un imperativo disfunzionale che la fa sentire in dovere di dimostrare al partner, Auguste, di essere degna del suo amore.

In lei si manifestano una serie di conseguenze: disperazione, sconforto e attacchi di panico. Tutto questo, in genere, porta a chiedere aiuto ad amici invece che ad uno psicoterapeuta.

In realtà si tratta di un tranello inconsapevole di Auguste. Infatti la relazione con il  narcisista truffacuori non avrà mai fine finché riceverà da Camille il potere di gestire la relazione.

Il partner narcisista vuole essere amato, non è importante da chi ma in che modo. Finchè gli saranno garantiti amore, attenzione, pensieri o messaggi, Camille contuinuerà (inconsapevolmente) ad alimentare la spirale perversa dell’ossessione.

Il truffacuori chiude la relazione solo quando non può più ottenere gratificazione della sua vanità.

Basterebbe che Camille chiedesse una terapia di coppia che Auguste scapperebbe immediatamente a gambe levate.

Infatti, il partner narcisista, non è abbastanza adulto per confrontarsi con un terzo adulto poiché sa già di perdere.

Ma questa possibile libertà fa paura a Camille, perché significherebbe stare in piedi da sola, assumersi la propria responsabilità e crescere. Per questo il discarding è molto efficace.

Fase 4: riparte il circolo vizioso del truffacuori

Se Camille non esce  dalla relazione tossica e non si separa, affronterà il quarto stadio.

In questa fase il truffacuori comincerà a lusingare, a dire tutte le cose che Camille ha sempre voluto sentirsi dire: la raggiungerà improvvisamente per l’aperitivo oppure comparirà dal nulla con un messaggio “ehi come va? Vieni da me a cena?”.

E qui, se Camille dice di sì, vorrà dire che non incoraggerà un semplice incontro o aperitivo, ma potrebbe legittimare l’escalation.

Infatti Camille rinforzerà il meccanismo e Auguste capirà che la strategia funziona: il pesce ha abboccato all’amo! E così la truffa riprende.

Come uscire da una relazione tossica?

Uscire da questo tipo di relazione tossica non è mai facile, per questo è importante fin da subito imparare l’importanza di dire di no. Così facendo non rinforzeremo il comportamento perverso del partner narcisista che potrebbe sfociare, a volte, in conseguenze drammatiche.

Nel caso in cui si cada nella spirale di questo gioco perverso esiste comunque una soluzione. Bisogna avere il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta professionista, il quale potrà aiutarvi ad uscire dalla relazione rompendo il circolo vizioso in atto.


di Ilaria Bruschi

Kintsugi in Arte terapia: guarire le Ferite interiori

Il Kintsugi è una filosofia di vita giapponese che insegna a trasformare i momenti di crisi in opportunità per la crescita. In arte terapia, questa tecnica diventa uno strumento utile per l’elaborazione di traumi, così come i dipinti giapponesi mostrano come non spaventarsi di fronte al “vuoto”.

Scopriamo insieme queste tecniche e quanto possono diventare preziose per il nostro benessere quotidiano.

Cosa significa dire Kintsugi? Storia e significato

Il termine “Kintsugi” (金継ぎ) significa letteralmente “riparare con l’oro“.

Il Kintsugi, un’arte giapponese millenaria, è una pratica per riparare oggetti rotti, ma va ben oltre la semplice riparazione. Questa tecnica coinvolge l’utilizzo di un collante naturale mescolato con un metallo prezioso (o più di uno), come l’oro liquido, per unire delicatamente i frammenti di un oggetto rotto, trasformandolo in qualcosa di ancora più raffinato.

Quest’arte non si concentra solo sulla funzionalità dell’oggetto, ma piuttosto sulla sua estetica. I frammenti di ceramica o porcellana si uniscono con grazia l’uno all’altro, creando linee dorate o argento che sembrano colmare le ferite.
L’oggetto rotto non viene quindi gettato via, ma viene riparato, acquistando una nuova qualità che lo arricchisce e ne accresce il valore estetico.

Il risultato è un’opera che narra la storia dell’oggetto, mostrando con orgoglio le cicatrici del suo passato.
L’arte del Kintsugi non rende quindi gli oggetti semplicemente riutilizzabili, ma celebra la resilienza e l’accettazione delle imperfezioni. Invece di nascondere le crepe, le mette in risalto, conferendo all’oggetto una bellezza unica.

Nelle culture orientali le difficoltà sono spesso viste come opportunità di crescita e trasformazione. Gli occidentali, invece, associano i problemi a connotazioni negative, come il dolore, la vergogna, il senso di colpa e il fallimento.
Mentre in Occidente si tende a scartare gli oggetti rovinati o cercare di ripararli senza lasciare tracce visibili del danno, la cultura orientale dimostra che non bisogna nascondere i difetti. Al contrario, si devono accettare e utilizzare come risorse per un cambiamento positivo.

Nonostante in Occidente sia già piuttosto diffusa la pratica terapeutica della mindfulness, che ci ha avvicinato ai principi della filosofia orientale, per molti di noi rimane ancora difficile comprendere appieno le loro metafore di vita.

Eppure, tecniche come il Kintsugi offrono insegnamenti preziosi, aiutando ad attribuire un significato simbolico diverso alle sfide quotidiane, alle relazioni e ai problemi che ognuno incontra nella propria vita.

Frasi e libri sullo Kintsugi

L’antica pratica giapponese del Kintsugi ha affascinato molti autori, generando una vasta produzione letteraria di libri e aforismi che mirano a stimolare riflessioni profonde e a curare se stessi.

Tra cui:

  • “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.
  • alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei” – Paulo Coelho

Il Kintsugi in arteterapia

In arteterapia, il Kintsugi è una tecnica dal potente valore simbolico: sottolinea come la cura amorevole e paziente delle ferite provocate da traumi esistenziali possa non solo permetterci di guarire, ma renderci in qualche modo più “pregiati”.

Non è un caso che l’arte che ripara e dona valore alle nostre ferite provenga dal Giappone, terra che si è trovata a fronteggiare catastrofi nucleari ed eventi naturali incontrollabili. L’importanza di mettere insieme i propri cocci e continuare a vivere è un’allegoria della vita, semplice ma tutt’altro che banale.

Una persona che attraversa un momento doloroso è aiutata dal terapeuta, attraverso l’atto creativo, non solo a rimettere insieme i pezzi e a valorizzare le proprie cicatrici, ma anche ad andare oltre. Il gesto di entrare in contatto con la materia e riparare l’oggetto restituendogli un nuovo valore diventa un percorso parallelo che accompagna e rafforza la guarigione dal trauma e la crescita personale.

Il Kintsugi e la psicoterapia

Dall’arte giapponese provengono importanti contributi per la pratica psicoterapeutica.
La pratica Kintsugi trova un parallelo nella psicoterapia, dove l’incorporazione delle ferite e delle esperienze negative può portare a un miglioramento significativo, trasformando le cicatrici in preziosi elementi della nostra identità.
Entrambe le discipline insegnano ad abbracciare il cambiamento, a comprendere che il dolore è parte integrante della vita e che riconoscerlo è un segno di vitalità.

La psicoterapia, infatti, non cerca di cancellare immediatamente le ferite emotive, ma di comprendere il loro significato più profondo e riunire i pezzi della nostra psiche per trovare un nuovo equilibrio ed emergere come individui più completi.

L’arte in Estremo oriente e l’importanza del vuoto

L’interesse che noi occidentali nutriamo per il mondo orientale non è solo una moda contemporanea. Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, molti pittori Impressionisti si innamorano dell’arte dell’Estremo Oriente, e in particolare di quella “pittura dal gesto spontaneo e immediato”: l’arte che dà importanza al “vuoto” tra le forme.

Al contrario, nella storia dell’arte occidentale lo spazio vuoto ha sempre avuto valenze negative. La tela doveva essere ricoperta di colore, gli elementi distribuiti nello spazio con perizia, rispettando i canoni del manierismo e della prospettiva.

Nella pittura dell’Estremo Oriente il vuoto è invece un “principio generatore”: è dal vuoto che tutto si manifesta, dando poi forma al dipinto. Così come accade nella filosofia Zen, il pensiero acquista il respiro e, gentilmente, si adagia e si acquieta, creando spazio tra le idee caotiche che affollano la mente e riportando l’attenzione al qui e ora.

Il tratto della pennellata si interrompe per lasciare spazio all’immaginazione, suggerendo le forme, piuttosto che delinearle completamente. L’opera risulta così aperta e colui che la osserva la completa con lo sguardo.

Che cosa ci insegna il Kintsugi e l’arte giapponese

L’arte del Kintsugi ci insegna ad affrontare e apprezzare le situazioni in cui le cose nella vita vanno storte. Quando ci troviamo di fronte a sofferenze e ostacoli, il Kintsugi ci mostra che tali momenti non vanno rifiutati, ma devono essere considerati delle opportunità di crescita.

Ci insegna a non arrenderci di fronte alle sconfitte, a imparare dagli errori senza giudicarci e a superare il concetto di “non è più come prima“, permettendoci di diventare creativi nell’adattarci alle sfide e ai cambiamenti.

I dipinti giapponesi aiutano a superare la paura del vuoto e della solitudine, tipica delle nostre vite occidentali, e avvicinano alla semplicità e alla consapevolezza del qui e ora.


di Ilaria Bruschi

La sublimazione del dolore nella pittura di Sandro Botticelli

La “sublimazione” è il processo attraverso cui un artista trasforma i propri tormenti e conflitti interiori in opere d’arte. Ripercorriamo la storia, le crisi personali e le svolte esistenziali di Sandro Botticelli, pittore rinascimentale vissuto alla corte dei Medici, che in tutte le fasi della sua vita artistica – comprese quelle più sottovalutate – ha “sublimato” il dolore, le delusioni, le frustrazioni, i traumi.


“Vultus… qui sermo quidam tacitus mentis est”, scriveva Cicerone, ovvero “il volto è il linguaggio muto dell’anima”. Sia gli artisti che gli psicologi sanno che il volto rispecchia il mondo interiore e le emozioni più profonde, fino alle passioni più travolgenti e complesse dell’anima umana: il desiderio, l’amore, l’odio, l’invidia ma anche il dolore, il lutto e la perdita.

L’artista è in grado di trasformare questi turbamenti (spesso fantasie inappagate e inconfessabili) in opere artistiche, riesce cioè a “sublimarli” attraverso l’espressione della bellezza. È proprio quello che ha fatto un grande pittore del Rinascimento,
Sandro Botticelli, che ha esplorato a fondo il meccanismo della sublimazione. In particolare concentrandosi sulla resa estetica del volto, fino a farvi trasparire la leggerezza dell’anima e quindi l’immortalità, conferendole un totale valore assoluto.

Ancora oggi, non c’è cultura o popolo che, nel volto immortale di Simonetta Vespucci, non abbia creato dogmi e incarnato canoni estetici.

Sandro Botticelli e Simonetta Vespucci

L’ascesa pittorica di Alessandro Mariano de Filipepi, detto il Botticelli, è legata alla famiglia de’ Medici ed è intrecciata profondamente alla sua musa, Simonetta Vespucci. Amante di Giuliano de’ Medici e morta di tisi giovanissima nel 1476, è comunque ossessivamente protagonista di numerosi ritratti dell’artista successivi alla propria morte, tra cui Pallade e il centauro (1483), la Nascita di Venere (1482-85), la Primavera (1478-82) e la Calunnia (1494). Proprio lungo il corso di queste opere, il volto di Simonetta diventa immortale ed emblema idealizzato e sublimato della bellezza e della verità.

Idealizzazione e sublimazione: cosa dice la psicoanalisi

La sublimazione e l’idealizzazione sono descritti dalla psicoanalisi come meccanismi attraverso cui il nostro intelletto elabora creativamente immagini, pensieri o desideri inaccettabili per la nostra coscienza e molto spesso non conformi alla morale sociale, portando luce nelle tenebre profonde della  nostra psiche. Grazie a questi processi riusciamo non solo ad amare e a perdonare, ma anche a rielaborare e superare grandi delusioni e dispiaceri come perdite e separazioni, lutti e traumi.

Idealizzazione e sublimazione sono veri e propri processi creativi che tutti siamo in grado di mettere in atto per riequilibrare e curare la nostra psiche, non si tratta solo di meccanismi di difesa con cui ci proteggiamo da ciò che non riusciamo emozionalmente a controllare.

Secondo Freud, lidealizzazione è un processo psichico in cui la persona tende ad attribuire qualità elevate e caratteristiche supreme alla persona amata o anche riferirle a se stessa (creandosi un Sé onnipotente). Si distingue dal processo di sublimazione perché può comportare un impoverimento dell’Io a favore del nuovo investimento. È inoltre un processo che può avere conseguenze nefaste, spesso distruttive e depressive.

Come scrive Umberto Galimberti nel libro Le cose dell’amore, “Agli innamorati che idealizzano la persona amata, la psicoanalisi ricorda che l’idealizzazione è una regressione dove tutto ciò che ha valore è collocato sull’altro con tutte quelle qualità che lo rendono unico, speciale e straordinario. Se quanto abbiamo trasferito non ritorna, allora siamo capaci di rompere l’incantesimo e precipitare svuotati nel rifiuto di noi stessi” (Le cose dell’amore, Galimberti).

Al contrario, nella sublimazione la spinta è incanalata verso attività espressive di carattere conoscitivo e artistico che non riguardano necessariamente il possesso della persona amata né l’autodistruzione.

Secondo lo psicoanalista austriaco Ernst Kris, la sublimazione è un processo più raffinato e terapeutico, ed è a sua volta composto da altri due processi psichici (“spostamento” e “neutralizzazione”) che aiutano l’artista (e non solo) a difendersi dalla propria fragilità emotiva, disattivando la carica emotiva nociva delle proprie sensazioni e spingendo il processo creativo verso l’opera d’arte, o la poesia, o tutte quelle attività intellettuali che si caratterizzano per ingegno e fantasia.

I significati simbolici nelle opere di Botticelli

Le opere di Botticelli sono un esempio di sublimazione: l’artista, dipingendo il volto della persona amata, elabora la propria sofferenza e arriva a conoscere e contemplare verità universali. I suoi dipinti non si prestano soltanto a essere ammirati ma racchiudono livelli differenti di interpretazione. Richiamano infatti criteri simbolici e narrativi tipici della filosofia neoplatonica e dell’umanesimo di Poliziano, che pongono l’uomo e il proprio rapporto con il divino al centro dell’universo. Per molti studiosi, la Venere che nasce dalle acque non rappresenta soltanto la dea della bellezza e dell’amore, ma il concetto neoplatonico della rinascita dell’umanità riemersa dopo il Medioevo.

Questa lettura ci aiuta anche a capire come lo studio dell’arte e delle attività intellettuali può esserci di aiuto per riemergere dalle nostre crisi interiori e dai momenti esistenziali più difficili.

Il crollo dell’universo creativo dell’artista

Sandro Botticelli, in seguito alla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492, diventa fervente sostenitore del monaco Savonarola, al punto da spingersi a bruciare le proprie opere nei “roghi delle vanità”, organizzati dallo stesso monaco nelle piazze di Firenze. Questa conversione religiosa si trasforma in una vera e propria crisi interiore e poi depressiva, a seguito della condanna al rogo per eresia di Savonarola nel 1498.

In seguito a questo evento, Botticelli rinuncia a poco a poco alla pittura e comincia un triste declino che sfocia in solitudine, povertà e miseria, mai riconosciuto nemmeno dagli artisti suoi contemporanei.

Dal 1505 non si hanno più sue notizie, conosciamo solo l’anno della sua morte, il 1510, quando viene sepolto nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, la stessa chiesa dove era sepolta Simonetta Vespucci (morta di tisi nel 1476).

Ma che cosa era accaduto di così stravolgente al pittore, nel breve corso di questi dieci anni, per cambiare drasticamente la propria tecnica espressiva e isolarsi nella depressione?

La Calunnia: la morte di ogni speranza

Tra le opere dell’ultima fase di vita di Botticelli, la più nota è la Calunnia, in cui ritroviamo il volto di Simonetta, questa volta in disparte e offuscato dallo sfondo, a sinistra del dipinto, con lo sguardo rivolto al cielo, teso a indicare che la vera giustizia non può esistere sulla terra.

Questa opera per alcuni autori testimonia l’inizio del fallimento della produzione creativa dell’autore.

Hanna Segel, psicoanalista e figlia di un critico d’arte, mette al centro delle proprie ricerche sulla psicoanalisi dell’arte il tema della risposta estetica degli artisti alle vicende del lutto e della perdita delle persone amate. L’opera d’arte, sostiene la studiosa, scaturisce dalla lotta interiore tra le spinte vitali e quelle distruttive. Secondo questa lettura, la Calunnia, rappresenta la vittoria delle spinte distruttive verso tutti gli ideali umanitari dell’artista e la caduta delle illusioni che caratterizzavano la sua visione dell’amore e della bellezza. Al centro del quadro, Calunnia, vestita d’azzurro, trascina l’innocente calunniato per mano di Livore (astio e rancore velenoso), mentre due fanciulle, Frode e Insidia, le cingono la chioma di trecce. Altre due donne, Ignoranza e Sospetto, sussurrano maldicenze alle grosse orecchie d’asino di Re Mida, giudice e inquisitore.

Hanna Segel descrive, in generale, l’arte come la ri-creazione di un oggetto un tempo amato, come forse è stata Simonetta per Botticelli e insieme la speranza di una rinascita dell’umanità dal punto di vista religioso. Un oggetto ormai perso e rovinato per sempre, così come si sono devastati il mondo interno e la propria immagine di sé. Secondo Segel, se l’artista non riesce a rielaborare questa posizione depressiva si manifesta una sorta di inibizione artistica che porta al fallimento della produzione creativa.

La crisi della bellezza e la nascita della coscienza

Quanto teorizzato da Segel, non accade però a Botticelli. Egli non cade nel fallimento creativo e, ancora una volta, riesce a sublimare la propria depressione superando la crisi interiore che lo aveva devastato, fino a elaborare  uno stile completamente nuovo e “moderno” (vicino alle opere di Renato Guttuso come Fuga in Egitto), sempre raffinato e sensibile ma austero, cromaticamente drammatico e altamente mistico.

Questa svolta nella ricerca dell’artista è sempre stata poco considerata dai suoi contemporanei dei circoli artistici ma ha in sé un valore fondamentale perché segna l’emergere di una consapevolezza nuova che ha superato il travaglio interiore, senza nascondere la sofferenza e il dolore attraverso cui è passato.

Come spesso accade, il tempo ha reso giustizia all’arte di Sandro Botticelli che oggi è considerato uno degli interpreti più sensibili e non a caso “sublimi” della stagione del Rinascimento fiorentino.


Di Ilaria Bruschi 

Dai sogni ai pittogrammi egizi: le porte per l’inconscio

Quale relazione esiste tra i pittogrammi egizi e la scoperta dell’inconscio?

Esiste un parallelismo tra l’arte e i sogni: entrambi permettono di esplorare l’inconscio e di aiutare contenuti psichici a raggiungere gradualmente la consapevolezza. Per questo sono molto preziosi per la psicoanalisi. Lo diceva già Sigmund Freud, che attraverso lo studio dei pittogrammi dell’Antico Egitto, ebbe importanti intuizioni su come funziona il nostro mondo interno.

Nel 1900 Freud pubblica L’Interpretazione dei Sogni, un libro dedicato al tentativo di comprendere il funzionamento del nostro mondo onirico. Freud definisce i sogni come “la via regia verso l’inconscio”. Più tardi approfondisce i pittogrammi dell’Antico Egitto e, in seguito, le espressioni artistiche di pittori e scrittori, trovando delle similitudini con il mondo onirico. L’interpretazione dei sogni e l’espressione artistica si muovono infatti sul medesimo piano: entrambe traggono i loro contenuti da elementi, desideri e pensieri situati nell’inconscio, ovvero al di fuori della coscienza, e cercano di portarli alla consapevolezza.

Il processo inconscio nel sogno e nell’arte

I contenuti mentali inconsci sono spesso molto conflittuali o inaccettabili per una persona. Per questo motivo, essi non possono presentarsi alla coscienza in modo diretto, ma devono essere camuffati sotto sembianze tollerabili per il sognatore. Nel sogno, per esempio, i desideri e gli istinti profondi possono essere “messi in scena” solo dopo essere stati trasformati. Il vero contenuto del sogno – detto contenuto latente – rimarrà quindi nascosto, mentre la persona, al risveglio, sarà consapevole solo del contenuto manifesto, ovvero ciò che il sistema psichico reputa accettabile mostrare senza censure e senza destare dal sonno.

Nel processo di creazione artistica sembra accadere qualcosa di simile. L’artista produce la sua opera attraverso un continuo mescolarsi di contenuti manifesti (quelli accessibili alla coscienza) e contenuti latenti (quelli più nascosti). Questo processo è visibile dalla ricerca di particolari materiali, dall’uso di impressioni, immagini e ricordi per traslare la propria esperienza. Un esempio molto semplice di questo movimento circolare di processi consci e inconsci è riportato in un celebre passo di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust dedicato alla madeleine: un dolce a forma di conchiglia o barchetta, che proprio per queste particolari sembianze – e per il suo sapore tipico – fa riaffiorare nella mente del protagonista momenti dell’infanzia ormai scordati da tempo.

L’arte come supporto per la psicoanalisi

Per questa capacità degli artisti di accedere ai contenuti inconsci, i poeti, gli scrittori e gli artisti sono considerati dalla psicoanalisi e dallo stesso Freud “preziosi alleati”. Quando si parla di arte e psicologia, i confini interdisciplinari non sono così netti e si può spaziare tra estetica, filosofia, antropologia e psicologia. La psicoanalisi studia la produzione artistica e la personalità dell’artista stesso perché ha sempre ritenuto che l’arte fosse manifestazione indiretta dell’inconscio. L’arte è quindi una possibile strada da percorrere per accedere all’umwelt, l’inconoscibile, quella parte di noi non accessibile alla mente presente e razionale.
L’obiettivo della psicoanalisi è riconciliare le parti consce con l’inconscio, e lo fa soprattutto attraverso il linguaggio verbale, nelle conversazioni tra paziente e analista. Non a caso la psicoterapia fu chiamata da una delle prime pazienti di Freud “la terapia della parola”. Tuttavia, spesso, per raggiungere profondità maggiori nel lavoro terapeutico, può essere utile affidarsi a strumenti che permettono di svelare l’inconscio con maggiore rapidità, come si fa con i disegni.

Per molti secoli artisti e scienziati hanno annotato i propri pensieri sotto forma di immagini spontanee: basti ricordare i manoscritti di Leonardo da Vinci (per esempio quello della macchina volante) oppure il taccuino d’appunti del fisico Stephen Hawking nello studio dei diagrammi spazio-tempo. Ancora più lontano nel tempo, nell’antica pittura muraria e sui papiri dell’Antico Egitto, la scrittura era associata alle immagini e aveva un valore sacro, non solo perché religioso. Connetteva infatti le parti fondamentali del sistema psichico dell’essere umano: il pensiero, il linguaggio e le immagini, favorendo il processo simbolico e la creazione di “archetipi”.

I pittogrammi egizi come i sogni

Nel 1910 Freud compone un breve articolo con il titolo “Significato opposto delle parole primordiali”. In questa opera riprende molti passi dell’Interpretazione dei Sogni e in particolare del funzionamento del mondo onirico. Freud individua le qualità intrinseche delle immagini geroglifiche e collega il valore dei pittogrammi egizi al funzionamento del mondo onirico inconscio. “L’Egitto non era per niente patria dell’assurdo” spiega Freud, “fu al contrario uno dei primissimi luoghi ove si sviluppò la ragione umana… Conosceva una morale pura e aveva formulato gran parte dei Dieci Comandamenti”.
Così come nel flusso delle immagini oniriche (i “territori dell’Es”) non esiste negazione (nel sogno spesso significati opposti e contrastanti vengono uniti e rappresentati insieme), allo stesso modo, scrive Freud, “nella lingua egizia, reliquia unica di un mondo primitivo, si trova un considerevole numero di parole, con due significati, uno dei quali indica esattamente l’opposto dell’altro. Nel pittogramma ogni concetto disegnato è gemello del suo contrario, per esempio non era possibile concepire l’idea di forza senza quella di debolezza. Nella scrittura ciò avveniva con l’ausilio delle cosiddette immagini che, poste dietro ai segni delle lettere, ne indicano il senso ma non erano destinate alla pronuncia. Quando la parola egizia ‘Ken’ deve significare ‘forte’, dietro al suo scritto alfabeticamente sta l’immagine di un uomo retto, armato. Quando la stessa parola deve esprimere il significato ‘debole’, le lettere che lo rappresentano seguono l’immagine di una persona accovacciata”.

L’arte svela il mondo interiore universale

Lo scritto di Freud sul significato delle parole primordiali ci fa capire come le immagini prodotte dalla mente evochino un senso ben più articolato e diverso da quello ovvio (il “contenuto manifesto”). Le associazioni mentali che spesso affiorano nella nostra mente sotto forma di immagini, infatti, non rappresentano unicamente il funzionamento del nostro pensiero ma vere e proprie “tappe evolutive” della formazione del mondo interiore. L’artista, colui che dipinge e narra, non è solo un mediatore estetico di forma e bellezza: implicitamente assume l’arduo compito di interprete di una realtà interiore e universale. Si impegna a trasmetterla e renderla fruibile nello scorrere del tempo, dall’antichità sino a oggi e per tutte le generazioni future.


di Ilaria Bruschi

Ti amerò fino ad ammazzarti: l’amore criminale nelle relazioni tossiche 

Il cinema ha rappresentato spesso relazioni d’amore “tossiche”: si tratta generalmente di film drammatici, ma qualche volta il tema è stato trattato in modo ironico, forse con maggior efficacia. È il caso di Ti amerò… fino ad ammazzarti e “Divorzio all’Italiana”, due film che denunciano gli stereotipi culturali alla base di azioni estreme, come l’omicidio del coniuge. Sono stati girati qualche decennio fa, ma mantengono una loro attualità.

I due film, uno italiano e uno americano, sottolineavano il paradosso di certi stereotipi culturali che arrivavano a giustificare l’omicidio del coniuge. Su questi stereotipi – in particolare sull’idea che l’amore vero sia quello “passionale” – si innesta probabilmente l’attuale tendenza a sottovalutare i segnali di rischio in una relazione amorosa.

Il “masculo” italo-americano

Ti amerò… fino ad ammazzarti (titolo originale: I love you to death) è un film di Lawrence Kasdan, girato negli anni novanta negli Stati Uniti e ispirato a un fatto di cronaca. A un primo sguardo sembra una commedia superficiale, piena di cliché sugli americani e sugli italiani immigrati. In realtà, in maniera tagliente e sottile, mette profondamente in discussione la mancanza di valori che svuota le nostre relazioni affettive e la nostra cultura.

Questo film rappresenta un po’ il prosieguo di un film italiano molto importante, girato da Pietro Germi nel 1961, Divorzio all’italiana, che critica apertamente la legge sul delitto d’onore. Non a caso le co-protagoniste (le mogli) dei rispettivi film, si chiamano entrambe Rosalia.

Nel film di Kasdan, il protagonista Joey (Kevin Kline) è un pizzaiolo adultero, padre di buona famiglia, che dichiara di amare la propria moglie ma di tradirla almeno “cinque sei volte a settimana”.

Questo perché lui del resto è “masculo”, e il “masculo”, quello vero, sente di essere un uomo virile solo se tratta la moglie come una serva e la riempie di corna. Rosalia (Tracey Ullman), invece, è una mamma che lavora e ama profondamente il marito, tanto da non lamentarsi se la tratta così. Joey è un uomo onesto e un bravo lavoratore (del resto lavora tanto quanto lei, ma lei, in primis, non considera se stessa importante tanto quanto lui) e per questo lo giustifica ed è contenta di servirlo e riverirlo. È un meccanismo comune nella dipendenza affettiva.

Rosalia è cieca, non vede i tradimenti e le disparità ma la cosa peggiore è che le giustifica, nonostante tutto il contesto intorno a lei sussurri dubbi e sospetti, offrendole l’opportunità di aprire gli occhi.

Uno “sport nazionale”: il possesso mascherato da amore

Rosalia alla fine lo scopre e decide di ucciderlo, perché –  come la stessa madre le spiega – “Uccidere per adulterio è un dovere e nessuno lo scoprirà ma,i perché siamo in America e in America uccidere è uno sport nazionale.

Nel film, l’omicidio non si compie per via di una serie di rocambolesche situazioni, ma la cosa più interessante è che Joey, con incredibile sorpresa, perdona la moglie: qui emerge tutta la perversione dei legami patologici, perché il tentato omicidio è letto dai personaggi come una dimostrazione di amore estrema, quasi una prova della sua intensità. Ella lo ama, lo ama in modo così passionale che è disposta a ucciderlo e finire in prigione. Da qui deriva il titolo del film che, intenzionalmente, mette in ridicolo gli stereotipi retrogradi delle relazioni sentimentali di cui la nostra cultura è ancora permeata, legittimando passioni estreme e senso di possesso egoistico, intesi come indice di misurazione dell’intensità “dell’amore” che il partner nutre per noi.

Il delitto d’onore in “Divorzio all’italiana”

Il film Divorzio all’italiana racconta invece di Fefè (Marcello Mastroianni), un uomo siciliano sposato da 12 anni con Rosalia, donna assillante da cui non si sente più attratto, e innamorato invece della cugina Angela (una giovanissima Stefania Sandrelli). Siamo però negli anni sessanta e il divorzio in Italia non è ancora permesso (la legge sul divorzio è del 1970), quindi Fefè opta per il delitto d’onore: l’omicidio del coniuge sorpreso in flagranza durante un adulterio, punito con una pena molto più mite. Anche qui, dopo una serie di vicende rocambolesche, Fefè riuscirà a uccidere Rosalia scontando solo 3 anni di carcere (pena poi ridotta grazie a un’amnistia) e a coronare il suo sogno di sposare la cugina.

Amore criminale

Kasdan e Germi vanno oltre la semplice questione femminile e maschile e, mischiando i ruoli di vittime e carnefici, attaccano direttamente l’ipocrisia del tessuto sociale in cui vivono queste malsane credenze. I registi mettono in ridicolo i ragionamenti assurdi con cui i protagonisti si giustificano e li trasformano in caricature grottesche: essi non si comportano come amanti travolti dai sentimenti ma come portatori di un pensiero e una mentalità profondamente criminali. Con un colpo di satira e uno di commedia, i due registi contestano e mettono alla berlina l’ipocrisia della relazioni tossiche, l’uso indiscriminato delle armi e la manipolazione del sistema giudiziario a proprio vantaggio.

I cliché descritti in questi film, in quello di Germi più di cinquant’anni fa, sono ancora tremendamente attuali: basta aprire le pagine di un qualsiasi giornale in una qualsiasi mattina per leggere di omicidi, “raptus” e denunce di violenze mai ascoltate.

Che cos’è una relazione tossica?

Senso del possesso, gelosia e mancanza di rispetto sono le basi delle relazioni tossiche. Basi su cui si innestano comportamenti aggressivi (anche verbali), molestie, maltrattamenti e trascuratezza affettiva.

Per secoli e secoli siamo stati portati a credere che la passione amorosa fosse la manifestazione di un affetto profondo, mentre al contrario rappresenta l’anticamera del maltrattamento.

Una dinamica da cui poi è difficile tornare indietro e quasi impossibile chiedere aiuto perché la “sposa cadavere” rimane muta; mentre le parole di Mastroianni negli anni sessanta, autore del “delitto d’onore” nel film di Germi, risuonano forti ed emblematiche, come gelido monito a tutti noi che assistiamo inermi, ogni giorno, a questi omicidi.

In questo angolo di Sicilia (o d’Italia, ndr) non sono pochi i defunti per motivi d’onore (o d’amore patologico, ndr). Povera Rosalia, non te lo meritavi, non te lo meritavi. Ma io so che adesso riposi, riposi assieme ai tuoi piccoli, ingenui sogni. Davvero Rosalia, io ti ho anche amata… ma tu eri troppo… troppo … Tu mi chiedevi “quanto mi vuoi bene?”. Eri assetata d’amore, povera Rosalia. Troppo assetata, troppo”.


di Ilaria Bruschi

Messy Art: l’arte del disordine per sbloccare le emozioni represse 

Come suggeriva Leonardo da Vinci, il processo creativo può partire dall’osservazione e dalla rielaborazione di stimoli visivi casuali, come le nuvole o le macchie sui muri. È lo stesso principio della “Messy Art”, l’arte del disordine, una tecnica usata in arteterapia per aiutare a superare i propri blocchi interiori.

La Messy Art, ovvero l’arte del disordine, è l’arte di creare immagini contattando la propria intuizione, assecondando la natura delle forme spontanee e servendosi di tutto ciò che accade tra l’artista e i materiali artistici. Noi esseri umani pensiamo, agiamo e sogniamo principalmente costruendo immagini mentali che ruotiamo, espandiamo e modifichiamo a piacere nella nostra fantasia. Le immagini mentali sono ‘figurazioni’ all’interno della mente e producono in noi un’esperienza simile al ‘vedere’, in assenza di corrispondenti stimoli visivi. In psicoterapia, esistono le tecniche di “immaginazione guidata”, in cui il paziente viene guidato nella creazione di immagini che possono essere utili a fini terapeutici (per esempio quella di un luogo che infonda un senso di pace e sicurezza). Ma che cosa succede quando invece sono proprio gli stimoli visivi a permettere di accedere alla nostra fantasia e al nostro mondo interno?

I suggerimenti di Leonardo da Vinci sulla creatività

Leonardo da Vinci nel suo Trattato di pittura (1498) suggeriva agli studenti di ispirarsi alle forme casuali dell’esistenza per risvegliare la propria creatività. “Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie, de’ muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini.. perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni.”

Leonardo sollecitava cioè i suoi allievi a prendere spunto da qualsiasi forma evocativa presente in natura per lasciare andare la creatività in altre direzioni. In altre parole, più di 500 anni fa Leonardo aveva già anticipato la Messy Art, tecnica molto cara a ogni arte-terapeuta.

La Messy Art

Nell’arteterapia ci si sottrae dalla responsabilità di immaginare solo ciò che è possibile e fattibile. “La capacità di vedere le cose in modo nuovo è vitale ai fini del processo creativo e ciò si fonda sulla disponibilità a mettere in discussione ogni assunto, uno per uno” scrive  lo psicologo Daniel Goleman (Lo spirito creativo, Bur).

Le macchie sui muri, gli incidenti di percorso, gli scarti dei dipinti, le cancellature e gli scarabocchi (realizzati spesso a margine dei libri che leggiamo, oppure quando siamo al telefono) possono diventare il pretesto e l’espediente per cominciare a esprimersi, superando i propri blocchi inibitori.

Nella Messy Art ci si appropria del foglio e delle sensazioni a esso legate, senza avere idee precostituite, assecondando forme, colori, immagini, così come emergono spontaneamente alla coscienza. Tutto ciò non sarebbe possibile senza attivare in noi i cosiddetti “stati soglia”: le modalità di pensiero fluttuanti come l’ascolto interno, le fantasticherie e i sogni.

In che cosa consiste la Messy art

Il cuore della Messy Art sta proprio nell’incoraggiare l’individuo a una forma di esperienza “estetica ed estatica” che non deve essere precisa e squadrata oppure “esteticamente accettabile”, ma che deve permettergli di lasciarsi andare.

Un esempio: l’arteterapeuta potrebbe disegnare uno scarabocchio e invitare il paziente a proseguirlo, liberando la propria intuizione e la propria fantasia. Oppure potrebbe partire da un ritaglio di giornale e lasciare che il paziente tragga ispirazione per “proseguire l’opera” e andare nella direzione che preferisce. Del resto, come diceva Marc Chagall, “Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse persino più reale del mondo esterno”.


di Ilaria Bruschi 

Artemisia Gentileschi: il potere curativo dell’arte

Artemisia Gentileschi, pittrice seicentesca, è un esempio di come l’arte possa aiutare a superare anche traumi molto gravi. La sua storia racconta il percorso di una donna che ha affrontato l’abuso sessuale, l’umiliazione pubblica, la tortura e le violenze perpetrate in ambito familiare.

Di Ilaria Bruschi


Nel 1612, a Roma scoppia uno scandalo nel mondo degli artisti. Orazio Gentileschi, allievo di Caravaggio e padre di Artemisia, denuncia il collega Agostino Tassi per aver abusato della propria figlia e per avergli rubato un quadro.
Come viene esposto dagli Atti di un processo di stupro (Ed. Abscondita, 2004), ai tempi della violenza, Artemisia ha appena 17 anni ed è anche lei un’abile pittrice, allieva dei due pittori. Orazio e Agostino, infatti, lavoravano spesso assieme per vari e illustri committenti e per queste ragioni, il primo aveva chiesto al secondo di insegnare alla figlia le regole della prospettiva. L’anno seguente però lo aveva denunciato, con tanto di supplica papale.

Che cosa era successo davvero? Possibile che Orazio non sapesse nulla di quanto accadeva tra il collega e la figlia? E che cosa provava Artemisia nei confronti di Agostino? Dagli atti del processo, la complessità di questa relazione non è chiara: Artemisia ed Agostino si accusano a vicenda. Ciò che emerge con sicurezza è che la pittrice, giovane e inesperta, sostiene di essere stata ingannata con falsi raggiri e confuse promesse e che Agostino si sarebbe approfittato di lei e della sua ingenuità (per esempio promettendole di sposarla, pur essendo già sposato).

Padre padrone

Un’altra cosa che emerge dagli atti del processo, che coinvolge molti altri personaggi, è il fatto che Orazio, più che un padre che protegge la figlia, assomiglia a un padrone: non esita infatti a esporre l’intimità di Artemisia ai giudici, a sottoporla a pubblici controlli ginecologici e alla tortura della sibille, uno strumento in cui le dita del condannato erano stritolate con funicelle, rischiando così di rovinare per sempre anche l’abilità nella pittura della propria figlia.
Il processo si conclude con la completa rovina di Agostino Tassi, bandito da Roma e determina l’ascesa pittorica di Artemisia, che rompe completamente i rapporti con il padre e trae dalla vicenda una spinta creativa completamente nuova. È in questo modo, grazie alla propria forza interiore e all’arte, che Artemisia Gentileschi raggiungerà la completa emancipazione dal padre e un suo personale stile pittorico ormai indipendente.

La reazione di Artemisia: l’arte come vendetta e cura

Artemisia Gentileschi reagisce ai traumi degli abusi perpetrati con le uniche armi che aveva a disposizione:  l’intelligenza, l’abilità pittorica e la tela. Diventa così una donna libera a livello sociale ed economico: riceve infatti numerose committenze e comincia a dipingere temi che narrano storie di donne violate e vendicative che uccidono crudelmente nemici e amanti.

Due opere sono gli emblemi della vicenda del processo: Susanna e i vecchioni (1610), in cui una giovane viene molestata da due uomini ( non a caso tema ricorrente nella scelta creativa della pittrice) e soprattutto Giuditta che decapita Oloferne (1620 circa), in cui il volto della protagonista è quello della pittrice stessa.

Nelle opere l’artista manifesta tutto il suo sdegno e disprezzo, con l’obiettivo di guarire le proprie ferite attraverso la sublimazione, trasformando cioè le proprie emozioni negative in arte. Nei dipinti si dosano, in equa miscela, pulsioni erotiche e aggressive, che danno un’intensa forza espressiva e testimoniano i vissuti di una vicenda fatta di inganno, attrazione, violenza e vergogna.

Riscatto e perdono

Nella storia di questa pittrice non si può solo parlare di resilienza e di potenza dei meccanismi difensivi, ma anche di un vero e proprio riscatto emotivo e morale che anche oggi a molte donne è negato. La pittrice, dopo aver capito di non poter contare né sulla giustizia né sulla famiglia, ma solo su se stessa, reagisce sfruttando le proprie capacità intellettuali e artistiche.

Ad ogni modo, Artemisia sa che la vendetta non è una forma di riscatto ma solo un modo aggressivo di reagire alle violenze. Così, molti anni più tardi, dopo decenni di silenzio tra padre e figlia, è chiamata a Londra da Carlo I d’Inghilterra, nel 1638, per dipingere assieme al padre Orazio un complesso di nove tele. Quest’opera, il Trionfo della pace e delle arti, segna il suo perdono e una nuova collaborazione, non più come aiutante del padre ma come professionista a pieno diritto. Un anno dopo il padre ormai anziano muore e Artemisia rientra a Napoli come pittrice di fama internazionale.

La storia di Artemisia Gentileschi dimostra come l’arte possa diventare non solo espressione del dolore, ma un mezzo per la guarigione e il riscatto personale.

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